Ducati Monster M900 …e le chiamarono ‘naked’.

Il più grande successo commerciale di Ducati di sempre

Gli oltre 150.000 esemplari prodotti nelle sue varie versioni in quasi trent’anni di vita parlano chiaro. Il (o ‘la’… la diatriba sul maschile o femminile rimane apertissima) Monster è stato per Ducati negli anni ’90 quello che fu lo Scrambler nei ’70 dello scorso secolo. Entrambi modelli nati un po’ per caso o per necessità che sono riusciti a catalizzare l’attenzione del pubblico e si sono trasformati in autentiche icone del loro tempo.

Così come per lo Scrambler anche per il Monster non che non ci fossero state prima delle moto con caratteristiche simili sul mercato. Quello che ha fatto la differenza, seppur in periodi storici diversi, è come è stato interpretato (o meglio… reinterpretato) il tema di una moto essenziale e priva di orpelli, in un mix riuscitissimo di tecnica, fruibilità, personalità e impatto estetico.

Il Monster, presentato nel 1992 al Salone di Colonia e commercializzato l’anno successivo, consacrò di fatto i risultati che la gestione Cagiva, che aveva acquistato il marchio e tutte le strutture industriali qualche anno prima, era riuscita a concretizzare ed ebbe il merito di sdoganare il brand in un’area di mercato molto più ampia di quella delle sportive che era stato, da sempre, il territorio di caccia di Borgo Panigale.

Telaio della 851 e motore Super Sport: il mix perfetto

I segreti e la storia della nascita di questo modello ve li spieghiamo nel video, ma alcuni aspetti schiettamente tecnici in questa sede vale la pena di approfondirli. La ciclistica del Monster prima serie era quella della sportiva 851 che, pur essendo pivotless e utilizzando quindi il motore come parte stressata, presentava la novità importante in casa Ducati della sospensione posteriore con articolazione progressiva.

Questo nell’ottica di un uso più polivalente com’è nel caso di una nuda garantiva un maggior confort rispetto alla sorella Super Sport che invece aveva un telaio con sospensione con schema cantilever senza leveraggi. Dalla SS arrivava invece il propulsore a due valvole raffreddato ad aria/olio e alimentato da carburatori a depressione giunto in questa versione alla sua piena maturazione.

Due elementi che fortunatamente erano perfettamente compatibili e che, sapientemente amalgamati, diedero vita a una dinamica di guida molto equilibrata e sincera. Qualche giornalista all’epoca dopo averla provata scrisse che era una moto ‘di cui c’era bisogno’ e probabilmente era proprio così. Fu un ‘back to the basic’ in cui moltissimi motociclisti si riconobbero. Il resto è storia… di un successo inaspettato.

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